Caro avvocato,
«Mille scuse per esistere» lei dice proprio mentre con documenti
molto garbati e in modi coltivati e del tutto convenienti, preso lei
stesso talora dal suo gioco arguto e innocente, ci dà testimonianza
della sua esistenza.
Perché chiedere scusa? A meno che non intenda riferirsi alla purezza
dell'essere che col nostro fugace passaggio noi inescusabilmente
maculiamo pensiero per nulla cristiano, crudelmente parmenideo che
non le nascondo visita di frequente anche me, passando dalla metafisica
alla psicologia ordinaria non vedo perché la persona che esce dalle sue
pagine debba scusarsi di occupare per un tempo la scena: così
discretamente, mi . sembra, con un sottofondo diffuso di disincanto
come chi ha proceduto su un binario improprio, sapendolo e non
potendolo però evitare. Così tocca più o meno a tutti, ma non tutti
hanno felicità dal dirlo e sono compensati da allegrie e riconforti.
No, quella persona che copre amabilmente l'ufficio dell'esistenza non deve scusarsi; né deve farlo l'autore.
E con chi poi si scuserebbe, caro amico? L'essere parmenideo è,
credo, del tutto indifferente ai nostri incidenti. E noi suoi simili e
consorti abbiamo anche noi questo viziaccio di essere al mondo: e tutti
ci siamo senza particolare beneficio per nessun altro vivente. Dobbiamo
rassegnarci tutti quanti a essere degli incomodi.
Ma in questo opera forse una necessità.
La
storia umana non può essere una escrescenza casuale della sfera lucente
dell'assoluto. L'esistenza non può essere nemica a tal punto
dell'essenza.
E il fatto più specifico di tenere la penna in mano nel tentativo di
dare senso e durevolezza a ciò che ci capita di esperire e di pensare,
quanti di noi accomuna! e non tutti hanno la passione per l'esattezza e
il piacere e la bravura lessicale che lei dimostra. Dunque benvenuto,
avvocato, tra i suoi colleghi del foro segreto nel momento che così
umanamente lei si manifesta e chiede un po' d'attenzione.
Mario Luzi