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Il libro liberato (Gennaro Mercogliano) PDF  | Stampa |  E-mail
Corrado Alvaro, di cui ricorre il centenario della morte, ricorda, in una sua famosa pagina, una conferenza fiorentina sul valore delle lettere e sul ruolo che vi deve avere 1'intellettuale, sempre e ovunque proteso al rinnovamento civile della società. Leggeva sul volto dei fiorentini, accorsi numerosi ad ascoltarlo, una certa perplessità e forse anche una qualche compunzione e sussiego, all'inizio, immediatamente rientrati e, anzi, mutatisi in autentico entusiasmo non appena la qualità dell'oratore e del discorso, irto di concetti e di pathos, si imposero all'uditorio con la forza propria delle cose che contano, che era la forza stessa dei gesti e della parola di Alvaro.
Parlava tra l'altro del valore del libro e certo ricordava quella risentita pagina di Mastrangelina, in cui, adolescente, aveva appreso da padre Aubin che l'equazione liber-libertas, assimilata ancor prima nelle letture paterne davanti al focolare domestico di San Luca, quella equazione, aveva, ancor più fuori dal nido una sua formidabile valenza: quasi un vivere o morire, essere o vegetare, affermarsi o soccombere in virtù dei libri letti o da far leggere, meglio ancora se scritti in prima persona con storica responsabilità e perciò destinati alla lettura e alla formazione delle giovani generazioni.
In ogni caso (e l'autore se l'era portata con sé facendola sua) quella omologia allitterativa, liber-libertas, lungi dall'essere un suggestivo gioco di parole, si fissava nella mente assorbente di Alvaro come l'idea vincente della letteratura destinata alla liberazione dell'uomo, il quale, nei libri e coi libri realizza la sua autonoma volontà di vivere nel mondo e di conoscere.
Libro liberato, dunque, è il titolo di questa summa poetica di Alberto Caramella. Recuperando il luogo alvariano, dovremmo pensare, come in antitesi, ad una libertà che il libro conquista solo dopo la sua conclusione (1' imprimatur, il colophon), quasi che esso prima sia stato solo prigioniero dell'anima che l'ha pensato, cullato, sofferto, elaborato, compiuto.
E dal momento che, come non esistono uccelli senza ali, così non esiste libro senza autore, dovremmo conseguentemente dedurne che il processo di liberazione, di cui si sta discorrendo, riguarda propriamente il poeta; e dunque il concetto va trasferito, con procedimento a ritroso, dall'opera all'autore, così consentendo a quest'ultimo di accamparsi pienamente, con tutta intera la sua libertà, al centro del libro; sicché non il libro si è liberato, o meglio è stato liberato, ma il suo autore, col libro, si è rivendicato in piena libertà, risultando alla fine assolutamente franco in quanto poeta liberato. Proseguendo un po' nel sofisma, dovremmo ancor dire che ne era prigioniero l'autore? o che egli l'ha sentito come fardello di cui liberarsi? o ancora che, senza la finale operazione di  chiusura del libro, non vi sarebbe stata liberazione per lui? o ancora quante altre cose chiederci?
Ed è in termini di assoluta libertà da ogni orpello, di tensione verso un oltre,in termini di oltranza (che è, secondo noi, sorella della perplessità consustanziale al libro) che si può e si deve discutere del libro che qui si presenta.
Di tale sostanziale perplessità si è bene accorto Dante Maffia nella sua illuminante nota introduttiva, insostituibile viatico per entrare nel libro, del quale il prefatore non si nasconde la complessità referenziale, fatta di “elementi che si scontrano, si abbracciano e si divincolano sfrigolando, annidandosi in capsule di nuvole vaganti, in rancori d'inedia, abbarbicandosi a processi di perplessità che offre soltanto dubbi “. Emerge da questa analisi una importante chiave di lettura: il dubbio; forse non la sola chiave di lettura del libro, ma la pista più fervida a tentarne una interpretazione complessiva.
La quale, come a risalire il fiume carsico delle sensazioni e della ispirazione, non può che fare riferimento al testo. E prima di tutto al testo fondamentale posto in exergo, che consente di delucidare e chiarire le ragioni del poiéin. Leggiamolo tutto, questo testo, con la dovuta attenzione e poi seguiamo il filo del discorso che ci interessa:

Se liberato, ineguagliata sorte,
acquista l'anima e la libertà
lo schiavo. Il libro liberato scritto
là dove il bosco è sempre intatto,
scritto o non scritto, libera l'autore.
Non può finire il salmone che giunto
all'acqua pura morendo il cerchio muove.
L'ultima traccia soprana alla prima
traccia ritrosa profumo nel nulla:
il libro fugge invano.

Rispetto alle considerazioni già fatte sul libro liberato, che "libera l'autore", come il poeta scrive e conferma (v. 5), emerge una nuova interessante idea, che arricchisce e completa il discorso: il libro, una volta scritto o non scritto (infatti esso esiste come assoluto interiore), fugge invano, lasciando intatta la sua scaturigine, l'anima che l'ha pensato e prodotto.
Il concetto è reso attraverso la metafora dell'inestricabile bosco, sempre inesplorato come l'umana esistenza, la quale, pure nel suo punto terminale, rimane sostanzialmente inesplorata (" là dove  dopo il bosco è sempre intatto", v.4).
Ma v'è, in aggiunta, un altro elemento, il più criticamente fecondo, reso attraverso l'icastica metafora del salmone che muore risalendo alla foce, muovendo l'acqua che poi si ricompone, eguale, identica a se stessa, alla prima acqua che ha reso possibile il miracolo della vita {"... il salmone che giunto/all'acqua pura morendo il cerchio muove./L'ultima traccia soprana alla prima/traccia ritrosa profumo nel nulla", vv. 6-10).
E c'è ancora dell'altro: l'acqua soprana, rispetto alla prima, fa indovinare qualcosa di più, la prima essendo responsabile solo della vita, laddove nell'altra si addensa non solo il mistero della vita ma anche quello della morte.
Solo essa, infatti, "traccia ritrosa profumo nel nulla". Animula vagula blandula, pure l'acqua soprana perde e si perde nel nulla: proprio come nella grande intuizione della Yourcenar sul finale interrogativo di Adriano imperatore, signore di tutte le grandezze ma alla fine costretto al doloroso impatto con l'essenza impalpabile e infinitesima della propria nullità periclitante.
In Alberto Caramella quell'acqua, quell'anima (il procedimento utilizzato è ancora quello della metafora implicita), sparge, "traccia", intorno a sé profumo, affidandolo alle segrete del nulla, a una nuova e più duratura prigione, all'eterno carcere del suo muoversi vasto ma circoscritto nell'universo scorrere delle cose, degli eventi, degli elementi della natura.
Bisognerà chiamare all'appello un altro testo per capirne di più. Si tratta del testo finale, che ha titolo Bisogna porre il ciocco.
Il testo disegna, infatti, insieme all'epigrafe, una parabola circolare di enorme significato. In essa il dubbio di fondo si riconferma nella sua dolorosa essenza, ma l'immagine trascende la stretta angheria del moto aqueo per una tensione  evidente verso l'alto e la luce.
Il poeta, divenuto io-agens, si muove con molta accortezza e circospezione nel disporre gli elementi necessari a una visione consuntiva e proiettiva della esperienza; la quale non attiene al solo piano della fisica, ma ben più lo impegna nel tentativo della mente di andare oltre se medesima. Un'esperienza metanoica, da viaggio dantesco, che apparecchia nella maniera seguente il proprio armamentario iniziale, prevedendone lo sviluppo e attendendosene, se non proprio una risposta risolutiva, segnali d' illuminazione.
Consunzione del ciocco per effetto di fuoco è così anche consunzione di un corpo palpitante di vita: "come un agnello cullato allo spiedo".
Ma seguiamo l'esperimento già da questa fase iniziale, così intrisa~ di ansiosa curiositas:

Bisogna porre il ciocco
al centro con perizia
che la fiamma lambisca intenerisca,
asciughi a vista, e al fuoco resista
come un agnello cullato allo spiedo.

Disporre con cura un oggetto a un lento morire è operazione che passa attraverso un ritorno alla fonte della vita mollemente ingannevole. La culla ne è la metafora loquente e duratura per tutto il tempo della combustione, di cui si immagina, anzi si vede, ogni successiva fase. E' in questo lento finire che si realizza la traslazione dagli elementi puramente fisici a entità luminose, ben più che umane: "il sonno", "la pia discrezione":

Quando il tronco rotondo
lambito equanime
sulla brace si adagia. 
l'umano calore si sparge
dal fuoco soccombente
dal sonno
dalla pia discrezione.


Stiamo attenti: se il tronco si consuma, "l'umano calore si sparge". Se abbiamo inteso bene, è proprio in questo luogo che la metafora si allarga e si precisa essere del tutto corrispondente al seguente parallelismo: se il ciocco si consuma, è la stessa vita che lentamente sfugge; diremmo con Brentano che se ne va per sempre e muore il senso della calda vita, la quale, pur consunta, manda segnali, da lontano, alla nostra rabbrividente perplessità: "parla da lungi/mondo lontano,/che di congiungerti/a me sei vago".
Questo rovello di fuoco, perciò, non appartiene a se stesso e non si perde all'umana avventura di conoscere, anzi ne è il più interessante segnale, se si allarga a spettacoli visivi e di immaginazione suggestivi che altro preconizzano e annunciano, quasi postulato di evento epifanico: vita che si consuma e cerca altra vita:
e allor che la catena oscilla
alla vampa sopita,
suolo e pareti,
si forma la caverna
di grandi diamanti roventi,
rubati al nocciolo della terra
e il fumo obbediente
si dilunga mellifluo
a proporsi alle stelle.

Il processo si è ormai compiuto: residuano favolose caverne "di grandi diamanti roventi", lento il vapore igneo "si dilunga in alto" e cerca la volta celeste, si propone alle stelle.
Diversamente e piú promettente dell'acqua soprana che col salmone finisce lì, nel proprio spazio chiuso, se pur fluente, il fumo cerca altezze vertiginose, quasi impaziente della propria fine: come 1'anima, esso torna alla sua propria sede, che è quella delle cose leggere e vaganti, forse la dimora che accoglie per sempre ciò che non muore.
Il cammino di ascesa ad supernas aedes risulta qui essere veramente decisivo, forse il poeta ha colto il segnale che unisce l'umano al divino, e alla speranza affida il suo cuore: come il fumo, docile e indifeso, "mellifluo", si consegna agli abissi siderali, cosi l'anima del poeta, che ne segue la progressiva risalita verso l'alto, in alto si libra e trova, per un attimo, cieli più tersi.
Ed è qui, nell'immagine vagheggiata di un punto di dominio universale, d'un aleph borgesiano nel quale passato presente e futuro coesistono, qui si conclude e si compone in perfetta armonia la parabola del Libro liberato , così tanto geometricamente architettato e pur di volta in volta sfuggente sull'onda creativa che lo apparecchia e lo elabora nelle sue diverse fasi e sezioni.
Il poeta lo ha, infatti, costruito con grande pazienza, scandagliando ogni ipotesi e percorrendo tutte le strade volte alla possibile conoscenza delle radici, del fusto, della terra e del cielo: in sintonia coi sussulti del cuore, con il sentimento della perdita, della rivalsa, della rinascita e del dolore.
Di tale amplissima visione esperienziale del mondo, Alberto Caramella ha chiarito in didascalia, ogni possibile ragione e tentativo.
Valga, perciò, più di ogni distesa lettura, o comunque alla lettura sia di giusta premessa quanto il poeta scrive a pagina 17, laddove egli ci presenta le diverse parti di questa opera vasta e complessa.
Un procedere, come si legge, per aggregazioni e disgregazioni di eventi e di cose per affondare la lama della visione nei particolari; esaminare poi il convulso crescere e diminuire del mondo per tentare di rimettere ordine nel caos; tornare quindi alle radici dell'essere e vederne il primo sviluppo nel fusto e nelle naturali inflorescenze (caule); formulare ipotesi; osservare ciò che fiorisce e lo spazio percorso dagli esseri in moto; tentare una conclusione matematica, azzardare "un risultato", e infine aprirsi alla voce dell'anima e liberare il canto.
Mosso da una esigenza filosofica di natura gnoseologica, il poeta sfida e tenta la soluzione metafisica, comunque la persegue con inesausta sete di capire, trasumanare e trascendere. Così è per chiunque voglia superare, nel cammino che gli è dato, il piano della pur fertile apparenza per risalire alla fonte dell'essere. E qui individuare e riconoscere, mediante la parola, la prima scaturigine di ogni vita mortale, così come essa procede da un principio superiore e, direi, soprannaturale e quasi divino.
L'intero libro orbita, pertanto, tra i due estremi complementari dell’apparire e dell’essere ed è sorretto da una evidente tensione metafisica, perché è dei grandi poeti affrontare l'agone con la trascendenza e cercare in qualche modo di appartenerle. E' 1' "aringo rimaso" di Dante Alighieri, che, giunto all'ultimo cimento del suo viaggio, ne confessa tutto intero il rischio, compreso quello dell'inadeguatezza espressiva dell'umano pensiero posto dinanzi agli ultimi stadi delle proprie possibilità conoscitive: "perché appressando sé al suo desire/nostro intelletto si profonda tanto/che dietro la memoria non può ire”.
"Creare - scrive Cioran - significa vietarsi la chiaroveggenza, il carattere ingannevole del molteplice. Un'opera è realizzata soltanto se ci inganniamo sulle apparenze; non appena cessiamo di attribuire loro una dimensione metafisica, perdiamo tutte le possibilità".
Postosi da un punto di vista non materialista né scettico rispetto a Cioran, Alberto Caramella si gioca, con l'opera poetica, tutte le chances per un itinerarium mentis ad coelum, ad sidera, ad lumina solis  e ne sperimenta tutte le sortite rivelatrici attraverso il doloroso calvario della vita umana e della vita in generale.
Fino ad ammettere, intuire e postulare la presenza dell'Angelo della luce non sopra di noi, ma dentro di noi: dominus providens della vita individuale liberamente impostata e svolta anche sotto il segno del dubbio e della negazione. Ma è lui, l'angelo della luce, che alla fine sconfigge la nostra incredulità, se - come il poeta sente - l'angelo conquista, pii forte di ogni dubbio, i recessi dell'anima, riempiendola di sé:
L'angelo della luce
ha preso l'anima l'abita di sé.
Tollera il dubbio ammette la ragione nega ribelle 1' incredulità

Allo stesso modo, allo scienziato, al teorico di un mondo perfetto riducibile a formule di geometrica chiarezza, è negata la possibilità di un pensiero assolutamente vittorioso per virtù di "raggi alambicchi e calcolatori" (p. 135); se proprio nel fulgore d'ogni sua scoperta si annida misterioso il segreto di una vita ulteriore e ineffabile quale quella, di per sé mirabile, d' "un vegetale nella luce candida".
"Un vegetale nella luce candida". Non è capitato a ciascuno di noi di rimanere perplessi dinanzi alla semplicità numinosa di questa ricorrente visione?
Ed è vero che ci siamo tornati col pensiero a riflettere, in preda a un turbamento che sapeva di poter trascendere la pura manifestazione del reale?
E' questa l'immagine che più a noi rimane impressa del Libro liberato. Ed è come un pungolo, un rovello, uno schiaffo - se volete - all'arrogante nostro concludere e dedurre secondo ragione.
La ragione - si sa - infrange sempre lo specchio nel quale, pur luminosa, si riflette. Ma quella luce non si perde, perché ha sede altrove e più profonda scaturigine.
Dall'alto della sua esperienza e del suo dolore il poeta Alberto Caramella sa dove si nasconde la favilla di questo fuoco sacro nel quale il pensiero pagano si è arrovellato e consunto senza significativa risposta che non sia la prefigurazione dell'Olimpo di Omero: non dai venti turbato/né dalle nubi/non da piogge squassato;/ma senza mutamento è l'aere./Placida scorre la vita serena,/candida scorre la luce.